Riscatto Laurea Agevolato con Consulcesi & Partners

RISCATTO LAUREA AGEVOLATO: MEDICI IN FUGA DAL SSN BOOM DI RICHIESTE PER CONSULCESI & PARTNERS Il network legale C&P sta gestendo centinaia di richieste arrivate nel giro degli ultimi 10 giorni: limiti d’età, calcoli, riscatto agevolato ed opzione donna: ecco tutto quello che c’è da sapere.

Se da un lato, bisogna fronteggiare la carenza di medici negli ospedali con misure straordinarie che consentono di lavorare fino a 70 anni, dall’altro lato, i desideri dei camici bianchi sembrano andare in direzione opposta. A seguito delle novità introdotte dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sanitaria, il network legale dei professionisti sanitari Consulcesi & Partners registra un boom di richieste – con centinaia di richieste in pochi giorni –  da parte dei medici per il supporto all’avvio dell’iter di riscatto della laurea in Medicina e degli anni di specializzazione post universitaria.

Le nuove norme per il riscatto della laurea potrebbero rappresentare un importante strumento per molti medici e operatori sanitari per programmare un ritiro dal lavoro in tempi congrui e dignitosi, che consentirebbero, qualora ci fossero i presupposti, di accedere alla pensione anticipatamente. Con la circolare n. 6 del 22 gennaio 2020, l’INPS amplia considerevolmente la platea dei possibili beneficiari del riscatto di laurea, estendendo il diritto anche a coloro che hanno conseguito il titolo di studio prima del 1996, o a cavallo di quell’anno, ed eliminando i vecchi limiti d’età a 45 anni.

Facciamo chiarezza per i medici.

Se un medico che inizia a lavorare a trent’anni non riscatta la laurea, i 38 anni della quota 100 ma anche i 42 anni, li raggiunge oltre i 67 anni. Quindi è del tutto evidente che, per chi ha una carriera lunga e vuole assicurarsi la possibilità di andare in pensione ad una età non troppo tarda, e programmare un’uscita dal lavoro che non sia intorno ai 70 anni, il riscatto della laurea è importante. 

Come funziona? 

È possibile riscattare fino a cinque anni di studi universitari, compresi gli anni di specializzazione medica, versando la somma di 5.260,00 euro per ciascun anno, anche per coloro che abbiano conseguito il titolo di studi prima del 1996, ma a condizione che il medico abbia:

– meno di 18 anni di contributi versati prima del 31/12/1995;

– almeno 15 anni di contributi complessivamente versati al momento della prestazione della domanda di riscatto;

– almeno 5 anni accantonati dopo il 1996 (con il sistema contributivo).

L’Inps ha anche chiarito che la facoltà di riscatto agevolato potrà essere richiesta contestualmente alla domanda di pensione nel caso di accessi anticipati che comportino, anche indirettamente il ricalcolo contributivo dell’assegno. Si deve ricordare che l’opzione per il calcolo contributivo della pensione deve intendersi irrevocabile sia se esercitata al momento del pensionamento, sia se esercitata nel corso della vita lavorativa quando produce effetti sostanziali. Il pagamento potrà essere liquidato in un’unica soluzione, oppure dilazionato fino a 120 rate mensili. 

Come avviene il calcolo? 

Condizione essenziale per poter accedere al sistema del riscatto agevolato è che il lavoratore, che voglia far considerare gli anni di studio antecedenti al 1996, opti per la liquidazione dell’assegnazione della pensione con il solo metodo contributivo. In altre parole, con i versamenti in misura fissa, indipendentemente dal livello di reddito o dallo stato occupazionale, si potranno coprire gli anni scoperti da contribuzione nel diritto, ma non anche nella misura. Fino al 31 dicembre 1995, infatti, il sistema di calcolo della pensione è retributivo, mentre dopo diventa contributivo. Ebbene, gli anni riscattati per motivi di studio ante 1996 saranno considerati dall’Inps ai fini pensionistici sono nel regime contributivo, in deroga al sistema di calcolo tradizionale.

Riscatto agevolato ed Opzione donna:

La circolare si occupa anche delle lavoratrici che abbiamo maturato i requisiti per l’anticipo pensionistico cd. “opzione donna”, che prevede comunque la conversione del metodo contributivo.

Le lavoratrici che abbiano raggiunto il requisito anagrafico per accedere al pensionamento con l’Opzione Donna, ovverosia 59 anni per le lavoratrici autonome a fronte dei 58 per quelle dipendenti, possono quindi incrementare l’altro requisito richiesto dei 35 anni di anzianità contributiva, eventualmente non ancora raggiunto, usufruendo del riscatto di laurea in forma agevolata calcolato con il metodo a percentuale.

Relazione sull’Amministrazione della Giustizia 2019, pool legale Consulcesi evidenzia l’inefficacia della mediazione in tema di controversie medico – paziente

Dalla conclusione della Relazione sull’Amministrazione della Giustizia 2019, esposta in tempi recenti dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, è emerso che l’istituto della mediazione non porta i frutti sperati nella risoluzione delle controversie medico – paziente, in relazione alla questione della responsabilità sanitaria. Pertanto, l’istituto della mediazione è stato eliminato dalla delega del disegno di legge della riforma della giustizia civile, che Bonafede ha presentato lo scorso 5 dicembre, in seno al Consiglio dei Ministri. Nonostante questo dato sfavorevole, la relazione annuale ha mostrato comunque un significativo calo dei processi civili in corso di fronte agli organi di giustizia, anche se resta il problema della loro eccessiva durata. Inoltre, altra criticità importante resta l’adeguatezza delle Alternative Dispute Resolution (ADR – Risoluzione Alternativa delle Controversie), soprattutto nel settore della responsabilità sanitaria. Infatti, la legge consente di avvalersi della mediazione per responsabilità medica, evitando il giudizio. La relazione mette in luce come l’istituto della mediazione permetta il raggiungimento di un accordo su questioni quali i Diritti reale, il Comodato ed i Patti di Famiglia. In tematiche come i Contratti bancari, finanziari, assicurativi ed il Risarcimento danni per responsabilità medica, invece, il raggiungimento dell’intesa è obiettivo più complesso. Dalle conclusioni della Relazione annuale sull’Amministrazione della Giustizia 2019, dunque, emerge come la causa principale che impedisce la risoluzione pacifica dei contenziosi è la mancata volontà degli attori coinvolti nel voler individuare una soluzione condivisa. Il Governo pare abbia imboccato un percorso opposto a quello indicato e preferito dall’Unione Europea che, a tal proposito, incoraggia alla messa in atto di Alternative Dispute Resolution sempre più performanti, al fine di ottenere i migliori esiti. Anche l’iter previsto dal sistema 696 bis del Codice di Procedura Civile, in tema di Accertamento Tecnico e Ispezione Giudiziale, non riesce a perseguire gli obiettivi previsti, a causa dei costi eccessivi, dei tempi lunghi, delle difficoltà emerse dal procedimento e dall’assenza della Compagnie assicurative. Il quadro si completa con il richiamo del Primo Presidente della Corte di Cassazione che, all’interno della sua relazione annuale, menziona velatamente che i decreti sulla Legge Gelli non sono stati emanati, sottolineando dunque, l’inadeguatezza e l’assenza delle istituzioni in relazione ad una questione così stringente.

“Rischio clinico e gestione del contenzioso” al centro del Convegno, promosso da Consulcesi, Sanità In – Formazione e La Sapienza

“Il Rischio clinico e la gestione del contenzioso”, questo il titolo del Convegno organizzato dall’Università La Sapienza di Roma, con il supporto del team legale Consulcesi e di Sanità In – Formazione. Nel corso dell’incontro, a proposito delle tematiche affrontate, Vittorio Fineschi, professione ordinario di Medicina Legale presso La Sapienza, ha sottolineato la necessità di individuare “criteri di gestione comuni che consentano a tutti gli ospedali di seguire il medesimo approccio, una sorta di linee guida su scala nazionale di gestione del risk management”. Tuttavia, l’obiettivo si può conseguire unicamente attraverso un confronto tra le parti interessate e “l’individuazione di modelli virtuosi nelle varie strutture ospedaliere, con l’obiettivo di crescere metodologicamente insieme”. La prima giornata del convegno ha affrontato il tema della sicurezza delle cure, diviso tra il rischio clinico da un lato e la gestione delle eventuali controversie, dall’altro. Nel corso dell’incontro, infatti, si è proceduto con lo studio delle novità che la giurisprudenza ha operato nell’ultimo periodo, in relazione alla responsabilità professionale. L’attenzione si è rivolta alla 10 sentenze della Corte di Cassazione nel settore civilistico e alla pronuncia della Cassazione a sezioni unite nel comparto penale. L’incontro ha affrontato diversi temi, dalla violazione del consenso informato, al realizzarsi di aggravamenti o infezioni, fino al nesso do causa e alle tante questioni sulla valutazione del danno. Il confronto su queste tematiche ha sottolineato quanto sia importante mettere in pratica un approccio uniforme, al fine di attuare in modo completo la legge Gelli, che suggerisce la modalità di azione e di operare nel settore. Il Professor Fineschi, a tal proposito, ha affermato: “Questi anni sono stati importanti perché ormai a distanza di due anni, stiamo creando una situazione di consenso intorno alla legge e intorno a ciò che essa dice. Chiaramente il percorso è lungo e i decreti attuativi, in tal senso, daranno un ulteriore miglioramento a questa legge”. Temi quali il rischio clinico e la sicurezza delle cure mediche sono da tempo al centro di discussioni e dibattiti. Le organizzazioni sanitarie  sono da sempre in prima linea, al fine di individuare i giusti strumenti, per incrementare la qualità e fare prevenzione nei comparti assistenziali e sanitari. Gli ultimi anni hanno fatto registrare un picco nel numero delle azioni giudiziarie, che pazienti e congiunti hanno attivato nei confronti di medici e strutture sanitarie, pubbliche o private. Le statistiche hanno mostrato come negli ultimi tempi, su 8milioni di ricoveri per anno, 320000 paziente siano stati soggetti ad errori o deficienze organizzative all’interno delle struttura ospedaliere. Le controversie nel settore hanno raggiunto i 10000 – 12000 casi a livello nazionale. È compito del Risk Management identificare e definire quali sono gli interventi da mettere in atto, al fine di individuare, coordinare e limitare i rischi nel settore sanitario, soprattutto per i professionisti che vi operano. Anche la gestione delle controversie è stato altro tema centrale del convegno. La conduzione del contenzioso finisce, per la maggior parte delle volte, in un’aula del Tribunale e, a lungo andare, questo diventa un autentico problema. L’articolo 15 della Legge Gelli prevede la nomina obbligatoria da parte del giudice di un collegio, costituito da due professionisti, in particolar modo uno specialista in medicina legale ed uno nel coarto per cui si è aperto il contenzioso. Il Professor Fineschi  ha sottolineato la funzione del Consulente Tecnico d’Ufficio, in particolar modo del Collegio Peritale. A tal proposito, ha affermato: “Bisogna andare sempre più verso una maggiore qualità nella gestione dei processi valutativi propri della fase del contenzioso, secondo il percorso indicato dalla legge Gelli. La qualità è fondamentale per essere sempre in grado di giudicare l’operato di altri medici, quindi una peer review come direbbero gli anglosassoni, una valutazione dei comportamenti tra pari: solo così il giudice avrà la migliore disamina possibile da un punto di vista scientifico per assumere la decisione più giusta e corretta rispetto al caso incriminato”. Il convegno ha affrontato anche la questione assicurativa. A tal proposito, sono state mostrate le cifre raccolte nell’ultimo periodo, che hanno messo in luce problemi e possibilità in relazione alla prospettiva delle aziende di procedere con l’ “autoritenzione”, accollandosi il rischio economico, che potrebbe sorgere dal realizzarsi da eventi infausti. In questo caso, si paventa la possibilità di rimetterlo totalmente all’assicuratore di turno o fare ricorso al sistema misto. Le conseguenze derivanti da una delle soluzioni previste potranno evidenziarsi solo nel lungo periodo, poiché si tratta di tempi ampi, a cui va aggiunti l’eventuale ruolo svolto dai decreti che verranno emessi, in tema di assicurazione dei rischi sanitari. Il convegno, dunque, ha avuto come obiettivo discutere sul tematiche  fondamentali, che richiedono condivisione, unione ed uniformità, al fine di costruire una base solida, su cui il sistema sanitario potrà fondarsi. 

Malattie cardiache, il burnout riconosciuto come fattore di rischio. E Consulcesi attiva uno sportello gratuito per consulenze legali

Arriva il riconoscimento anche in sede legale per le vittime del “burnout”, malessere sempre più diffuso e causato dallo stress per un eccessivo carico di lavoro. Dall’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è giunta la conferma: la sindrome del burnout colpisce in misura maggiore le figure professionali impegnate nelle “helping profession”, con un’incidenza crescente tra i medici e gli operatori professionali. Secondo i dati forniti dallo European General Practice Research Network, i medici italiani (9 su 10, stando alle statistiche) sono le vittime principali della sindrome del burnout. A confermare i numeri dell’OMS, arriva una ricerca americana portata avanti dallo European Society of Calrdiology (Esc), che ha studiato 11000 soggetti sottoposti al rischio della sindrome per 25 anni. Lo studio ha evidenziato una correlazione tra il burnout e le malattie del cuore, per cui esiste il 20% di rischio di sviluppare la fibrillazione atriale. La ricerca ha messo in luce che il burnout provoca anche alterazioni del ritmo cardiaco, causando aritmie, ictus, infarti, il più delle volte con conseguenze mortali per le vittime. 

Il malessere da burnout può avere effetti anche sulla psiche dell’individuo, oltre che sul fisico. Il pool legale Consulcesi, da molto tempo punto di riferimento per le risorse umane impegnate nel settore medico e sanitario, mostra il suo compiacimento per il riconoscimento della sindrome di burnout in sede legale: “Questo è un risultato molto importante, che apre le porte a nuove iniziative giudiziarie e alla possibilità di ottenere il risarcimento del danno, qualora sia comprovato un nesso causale tra la sindrome del burnout e le sue conseguenze e una condotta datoriale in violazione dei precetti previsti per la sicurezza in ambito lavorativo”. Le recenti pronunce che hanno portato alle sentenze 1452/2018 e 597/2019 hanno fornito risultati incoraggianti e consentito ai lavoratori di ottenere il riconoscimento per il danno subito da eccessivo stress sul lavoro. Le sentenze, infatti, hanno anche evidenziato le responsabilità dei datori di lavoro, come una delle cause scatenanti del malessere da stress lavorativo. La sindrome del burnout è causata soprattutto dalla mancanza del personale, dai turni eccessivamente lunghi e dagli eccessivi carichi di lavoro. Depressione, dipendenza da alcool e suicidio sono le conseguenze più frequenti del burnout. Pertanto, al fine di proteggere i diritti di medici e di operatori sanitari, il pool legale Consulcesi ha messo a disposizione degli utenti uno sportello di consulenza legale. Il servizio è completamente gratuito; offre una valutazione medico – legale per chiarire i dubbi e soddisfare le domande degli operatori sanitari, che hanno sospetto di essere vittime di burnout e vogliono vedere riconosciuti i propri diritti. Consulcesi, allora, ha istituito un numero verde, 800.122.777, anche se le domande possono essere inoltrate attraverso il sito www.consulcesi.it. Il burnout si manifesta più frequentemente nei professionisti che lavorano nel campo delle “helping profession”, le cosiddette professioni di aiuto, in modo particolare medici, personale sanitario, insegnanti, avvocati e poliziotti. Depersonalizzazione, stanchezza cronica, cinismo, sensazione di perdita di senso nei confronti del proprio lavoro sono i primi campanelli di allarme, che indicano i primi esordi della sindrome del burnout. Riconoscere e segnalare  la sindrome da burnout e le sue conseguenze diventa fondamentale per poter prendere coscienza della propria situazione, agendo poi per via legale. La sindrome da burnout è causata principalmente da tre fattori scatenanti: 1. Orari troppo prolungati e carichi di lavoro eccessivamente gravosi: giornate di lavoro lunghe e troppo lavoro, soprattutto nel corso della notte, hanno come conseguenze risultati cognitivi, paragonabili a quelle ottenute con un tasso alcolemico pari allo 0,4 – 0,5%. Aumenta il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, un peggioramento delle prestazioni cognitive ed un incremento del rischio clinico. Il 34% dei medici ha affermato che lavorare per lunghe ore è insostenibile; 2. Scarso ricambio tra il personale: l’aumento dei reparti e l’incremento del numero di pazienti da gestire per carenze del personale, uniti alle inefficienze nella coordinazione e gestione dell’intero sistema, portano i professionisti a dover sopportare un eccessivo carico di stress; 3. Aumento degli incarichi burocratici: il medico ha sempre più compiti da gestire, che vanno oltre la presa in carico dei pazienti. Le pratiche burocratiche assorbono molte energie e tempo degli operatori sanitari. Il 59% dei medici vede in modo negativo l’espletamento e l’incremento delle pratiche amministrative da dover portare avanti; 4. Aspettative di salute: i pazienti nutrono aspettative spesso esagerate ed esasperate, incoraggiate dalle false informazioni reperite sul web. Le denunce a carico dei medici per eventuali casi di malasanità sono in costante aumento. Il fenomeno costringe il medico a mettere in atto pratiche di medicina legale, che hanno conseguenze importanti sul corretto e sereno svolgimento della sua attività professionale.

Consulcesi sostiene le vittime della sindrome da burnout

Le vittime della sindrome del “burnout”, sempre più diffusa e causata dallo stress lavorativo, possono ricevere un riconoscimento della malattia in sede legale. L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accertato come la sindrome del burnout colpisca in misura maggiore le risorse umane impegnate nelle “helping profession”, con un’incidenza crescente nei medici e negli operatori professionali. Stando ai dati diffusi dallo European General Practice Research Network sono i medici italiani le vittime principali della sindrome del burnout, con una statistica che parla di 9 medici su 10. Inoltre, una ricerca americana portata avanti dallo European Society of Calrdiology (Esc) ha studiato 11000 soggetti sottoposti al rischio della sindrome per 25 anni. Dallo studio è emerso come sia verificata una correlazione tra il burnout e le malattie del cuore, con un 20% di rischio di sviluppare la fibrillazione atriale. Dalla ricerca è stato possibile evincere che il burnout provoca anche disturbi del ritmo cardiaco, quali aritmie, ictus, infarti, il più delle volte con conseguenze mortali per le vittime. La sindrome da stress per un eccessivo prolungamento dell’attività lavorativa può avere effetti anche sulla psiche dell’individuo, oltre che sul fisico. L’équipe legale Consulcesi, da sempre al fianco del personale medico e sanitario, mostra la sua soddisfazione per il conseguimento di questo nuovo traguardo: “Questo è un risultato molto importante, che apre le porte a nuove iniziative giudiziarie e alla possibilità di ottenere il risarcimento del danno qualora sia comprovato un nesso causale tra la sindrome del burnout e le sue conseguenze e una condotta datoriale in violazione dei precetti previsti per la sicurezza in ambito lavorativo”. Le sentenze numero 1452/2018 e 597/2019, da poco emesse, hanno già dato risultati e hanno permesso ai lavoratori di ottenere il riconoscimento per il danno subito da eccessivo stress sul lavoro con responsabilità importanti per i datori di lavoro. La sindrome del burnout è causata principalmente da mancanza del personale, turni eccessivamente lunghi, carichi di lavoro pesanti. La sindrome del burnout ha portato le vittime a subire la depressione, ad intraprendere la strada dell’alcolismo fino al suicidio. Al fine di vedere tutelati i propri diritti, l’équipe legale Consulcesi ha messo a disposizione degli utenti uno sportello di consulenza legale. Si tratta di un servizio gratuito; offre una valutazione medico – legale per chiarire i dubbi e soddisfare le richieste degli operatori sanitari, che hanno sospetto di essere vittime di burnout e vogliono vedere riconosciute le proprie istanze. A tal proposito, è stato istituito un numero verde, 800.122.777, ma le richieste possono essere inoltrate anche presso il sito www.consulcesi.it. La sindrome del burnout è più frequente nelle risorse umane che lavorano nel campo delle “helping profession”, le cosiddette professioni di aiuto, in modo particolare medici, personale sanitario, insegnanti, avvocati e poliziotti. I primi sintomi della malattia del burnout sono la depersonalizzazione, la stanchezza cronica, cinismo, e sensazione di perdita di senso nei confronti del proprio lavoro. Riconoscere e segnalare  la sindrome da burnout e le sue conseguenze diventa fondamentale per poter prendere coscienza della propria situazione, agendo poi per via legale. La sindrome da burnout è causata principalmente da tre fattori importanti: 1. Orari insostenibili e carichi di lavoro estremamente pesanti: giornate di lavoro lunghe e troppo lavoro, soprattutto nel corso della notte, comportano risultati cognitivi, paragonabili a quelle ottenute con un tasso alcolemico pari allo 0,4 – 0,5%. Si è registrato un incremento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, un peggioramento delle prestazioni cognitive ed un aumento del rischio clinico. Il 34% dei medici ha rilevato come lavorare per lunghe ore sia divenuto insostenibile; 2. Scarso ricambio tra il personale: l’aumento dei reparti e l’incremento del numero di pazienti da gestire per carenze del personale, uniti alle inefficienze nella coordinazione e gestione dell’intero sistema, portano elevati carichi di stress alle risorse umane coinvolte; 3. Incremento degli incarichi burocratici: il medico ha sempre più compiti da gestire, che vanno oltre la presa in carico dei pazienti. Le pratiche burocratiche assorbono molte energie e tempo degli operatori sanitari. Il 59% dei medici considera in modo negativo l’espletamento e l’incremento delle pratiche amministrative da dover portare avanti; 4. Aspettative di salute: i pazienti nutrono aspettative spesso esagerate ed esasperate, incoraggiate dalle false informazioni reperite sul web. Con l’aumentare delle denunce a carico dei medici per eventuali casi di malasanità, costringono il medico a mettere in atto pratiche di medicina legale, che hanno conseguenze importanti sul corretto e sereno espletamento della sua attività professionale.

Allarme aggressioni negli ospedali: Consulcesi lancia iniziative importanti per dire stop alla violenza

Emergenza aggressioni tra le corsie ospedaliere. L’anno 2020 si è aperto con altre due aggressioni in poche ore ai medici e al personale sanitario. Gli episodi si sono verificati nelle zone del napoletano. Il primo attacco violento si è registrato poco dopo la mezzanotte quando, nel quartiere di Barra, un petardo è stato scagliato verso un’ambulanza. Il secondo avvenimento si è verificato presso il nosocomio “San Giovanni Bosco”, dove una dottoressa è stata assalita con una bottigliata sul viso. Si presume l’aggressore fosse un paziente con problemi psichiatrici. Questi due nuovi episodi si sommano ai casi che, ogni anno, coinvolgono migliaia tra medici e personale sanitario, vittime di aggressioni fisiche o verbali da parte di pazienti o parenti. Molti casi non vengono denunciati e i numeri non restituiscono pienamente le cifre reali del fenomeno. Stando ai dati riportati dall’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Omceo), nel 2019 i casi di violenza su medici e operatori sanitari sono stati 1200, con una media di 3 aggressioni quotidiane. Il sindacato dei medici dirigenti Anaaao Assomed riferisce che i casi di violenza fisica e verbale riguardano 7 medici su 10, per un totale del 66%. Sempre Anaao Assomed aggiunge che, su questo 66%, due casi su tre hanno riguardato un episodio di aggressione verbale, il resto ha subito violenza fisica. I reparti più esposti ad episodi di violenza sono il pronto soccorso e la psichiatria. Le aree più toccate dagli episodi di violenza e aggressione nei confronti di medici e personale sanitario sono il Sud, con il 72% dei casi, e le Isole, con 80% degli episodi denunciati, soprattutto tra il personale del pronto soccorso. Consulcesi, pool legale e sostegno per oltre 100000 tra medici e personale sanitario, da oltre un anno ha lanciato “ telefono rosso”. Si tratta di un servizio gratuito che Consulcesi ha messo a disposizione di medici e sanitari vittime di aggressione, al fine di assicurare una protezione dal punto di vista legale e un sostegno psicologico. A proposito delle cifre sulle aggressioni, Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, afferma: “I numeri sono molti di più. Buona parte dei medici, come ci rivelano le oltre 200 segnalazioni del telefono rosso, non denunciano per vergogna, rassegnazione o timore di ulteriori soprusi”. Massimo Tortorella, presidente di Consulcesi, sottolinea come i casi di violenza riguardino tutti i ruoli all’interno dell’organigramma ospedaliero, poiché sono vittime di aggressioni “diverse categorie lavorative, dalle ostetriche ai chirurghi”. Quotidianamente il personale medico è bersaglio di aggressioni fisiche o accuse verbali, che contribuiscono a creare un’atmosfera di insofferenza nei confronti di questa particolare categoria professionale. Medici di pronto soccorso, negli studi privati e operatori sanitari subiscono attacchi continui e sono vittime di denunce che, nel 90% dei casi, si risolvono nel nulla. Le denunce attivano, però, procedimenti nel settore della medicina difensiva, con conseguenze economiche di rilievo per le casse pubbliche. Gli episodi hanno un riverbero sulle associazioni dei consumatori, preoccupati per il livello di formazione di cui gli operatori sanitari sono in possesso. Si tratta di una serie di eventi che rischia di incrinare e annientare la relazione di fiducia tra il personale medico ed il paziente. Il perpetuarsi di episodi di aggressioni fisiche e verbali nei confronti del personale sanitario deve rappresentare un monito e deve spingere alla messa in atto di adeguati progetti di prevenzione e protezione. Gli attacchi di violenza rischiano di avere conseguenze psicologiche sul personale sanitario, che fa registrare un numero sempre più importante di burn – out, e sui pazienti. Questi ultimi, infatti, rischiano di vedere rovinata la relazione professionale e di fiducia con il personale medico e sanitario. Gli episodi di aggressioni non possono essere scongiurati né evitati, ma è fondamentale fare attività di prevenzione, al fine di prevederne l’accadimento. Un iter di formazione potrebbe essere la migliore soluzione per tornare ad un livello di normalità e ristabilire una relazione di fiducia tra medico e paziente. A tal proposito, interviene ancora il supporto di Consulcesi e del suo Presidente, Massimo Tortorella che sottolinea: “Il 10% dei nostri corsi di formazione rivolta ai medici è dedicato al miglioramento del rapporto medico paziente attraverso l’acquisizione di strumenti di comunicazione efficace per superare conflitti e criticità che possono generarsi dalla pratica della professione medico sanitaria”. Sulla scia di queste affermazione, proprio Consulcesi offre tra le iniziative per l’anno 2020 un’esperienza formativa sulla difesa dalle aggressioni sul luogo di lavoro. Consulcesi, poi, da sempre impegnato nella tutela dei medici e del personale sanitario, un anno fa ha promosso una petizione su Change.org. Quest’ultima ha come obiettivo fermare i sentimenti di violenza ed odio che potrebbero nascere tra medico e paziente e incoraggiare la formazione del Tribunale della Salute. L’iniziativa del Tribunale lanciata da Consulcesi ha come obiettivo fornire un luogo di conciliazione tra le parti in conflitto, dove promuovere  il dialogo costruttivo e un pacifico raffronto. Oltre 21.140 persone hanno già aderito alla petizione. Il link per firmare e sostenere la petizione è il seguente: https://www.change.org/p/subito-il-tribunale-della-salute-basta-contrapposizioni-tra-medici-e-pazienti

Allarme aggressioni sanitarie

Allarme aggressioni sanitarie, altri due casi in poche ore nel 2020. Tortorella, Consulcesi: “Più valore alla comunicazione tra medico e paziente per ridurre l’odio in corsia”. Consulcesi rilancia la petizione #bastaodiomedicopaziente con oltre 20mila firme.

Il nuovo anno si apre con altre due aggressioni ai medici e personale sanitario. Il primo episodio a pochi minuti dallo scoccare della mezzanotte, con l’esplosione di un petardo lanciato verso un’ambulanza nel quartiere di Barra, nel napoletano. Il secondo, a distanza di poche ore, riguarda una dottoressa dell’ospedale «San Giovanni Bosco» aggredita con una bottigliata sul volto forse da un paziente psichiatrico. 

Sono migliaia, ogni anno, gli operatori sanitari che vengono aggrediti verbalmente o fisicamente da pazienti o dai loro familiari, un fenomeno eclatante che non ha numeri precisi. Secondo l’Omceo sono 1200 aggressioni segnalate nel 2019, tre episodi di violenza al giorno. Il sindacato dei medici dirigenti Anaao Assomed parla di un fenomeno che colpisce il 66% dei medici, ovvero quasi 7 su 10, Di questi, oltre due su tre sono stati aggrediti verbalmente, mentre la restante parte fisicamente. Le aree più a rischio sono la psichiatria e il pronto soccorso, ed i pericoli maggiori si corrono nel Mezzogiorno: arriva infatti al 72% nel Sud e nelle Isole il numero di medici che denuncia aggressioni, e sale all’80% tra chi, di loro, lavora nei pronto soccorso.

“I numeri sono molti di più – commenta Massimo Tortorella, presidente Consulcesi realtà di riferimento legale per oltre 100mila medici e operatori sanitari che ha attivato da oltre un anno il telefono rosso, un servizio gratuito di tutela legale e supporto psicologico –  buona parte dei medici, come ci rivelano le oltre 200 segnalazioni del telefono rosso, non denunciano, per vergogna, rassegnazione o timore di ulteriori soprusi. Il fenomeno appare ormai esteso a tutti i tipi di lavoro sanitario e non sembra riconoscere significative differenze di ruolo, tanto che vengono aggrediti lavoratori di diverse categorie lavorative, dalle ostetriche ai chirurghi.” Conclude Tortorella.

Il fenomeno della violenza in corsia

Ogni giorno troppi medici sono vittime di aggressioni o costretti a difendersi dalle accuse che spesso si risolvono in un nulla di fatto. Un clima di intolleranza che ha preso di mira in particolar modo il mondo medico sanitario con un escalation di aggressioni nei pronto soccorso e negli studi privati, susseguirsi di denunce (molto spesso pretestuose, tant’è che nel 90% dei casi circa finisce in un nulla di fatto) nei confronti degli operatori, con conseguente aumento del ricorso alla medicina difensiva (e relativi costi eccessivi per le casse pubbliche), preoccupazione da parte delle associazioni di consumatori per il livello di formazione del personale sanitario. Tutto questo rischia di distruggere definitivamente il rapporto medico-paziente 

La comunicazione è la prima forma di prevenzione

Gli atti di violenza a danno degli operatori sanitari costituiscono eventi sentinella che richiedono la messa in atto di opportune iniziative di prevenzione e protezione. Le aggressioni sono un problema importante per le ricadute soprattutto psicologiche che possono avere sugli operatori (burn-out) e sui pazienti (compromissione delle relazioni terapeutiche). É bene precisare che gli incidenti violenti non sono degli eventi inevitabili ma è possibile e doveroso prevederli e prevenirli. Il miglior antidoto per stemperare le tensioni e recuperare il rapporto fiduciario tra medico e paziente, è senza dubbio un solido percorso formativo. “Il 10% dei nostri corsi di formazione rivolta ai medici è dedicato al miglioramento del rapporto medico paziente attraverso l’acquisizione di strumenti di comunicazione efficace per superare conflitti e criticità che possono generarsi dalla pratica della professione medico sanitaria” aggiunge Tortorella. Tra le novità per il 2020 il corso Ecm per difendersi dalle aggressioni nei luoghi di lavoro. https://www.corsi-ecm-fad.it/catalogo-corsi/sicurezza/corso-ecm-rischio-aggressione-nei-luoghi-di-lavoro-ed2019/862

Petizione su Change.org

Consulcesi, in prima linea nella tutela dei camici bianchi e accanto ai pazienti che a loro si rivolgono, ha lanciato 11 mesi fa una petizione su Change.org per dire basta all’odio tra medico e paziente e promuovere la creazione del Tribunale della Salute: un vero e proprio luogo di confronto, e non di contrapposizione, tra medici e pazienti. Ad oggi hanno già firmato 21.140 persone.  https://www.change.org/p/subito-il-tribunale-della-salute-basta-contrapposizioni-tra-medici-e-pazienti 

Cassazione conferma l’interpretazione del pool Consulcesi: obbligo di retribuzione anche per ex medici specializzandi iscritti prima del 1982. Sezioni Unite per la decisione finale

Il pool legale Consulcesi vede confermata la propria interpretazione estesa riguardo alla questione dei medici specialisti, privati dallo Stato dell’adeguata retribuzione economica negli anni 1979 – 1981. Si è verificata una violazione delle direttive UE in materia. La Corte di Cassazione ha deciso per una revisione del criterio temporale che caratterizza la sentenza della Corte di Giustizia Europea ed emessa il 24 gennaio 2018, in riferimento al rimborso economico spettante ai medici. La Sezione Lavoro della Cassazione ha emesso l’Ordinanza 821/2020, rinviando la questione al Primo Presidente della Cassazione, che deciderà di trasferirla presso le Sezioni Unite. L’equipe legale Consulcesi ha avanzato un ricorso sulla base dei due indirizzi, che si erano originati il 24 gennaio 2018, a seguito della sentenza della Corte di Giustizia Europea. La prima posizione restringeva il riconoscimento del diritto agli iscritti nel 1982, la seconda lo estendeva a chi aveva effettuato la registrazione anche in anni precedenti. 

Vista l’incertezza tra i due orientamenti, la questione è passata alla Sezioni Unite della Cassazione, che aveva riconosciuto l’obbligo risarcitorio nei confronti degli iscritti dal 1° gennaio 1983. A seguito della pronuncia della Corte di Giustizia Europea, la Corte di Cassazione ha ritenuto necessario approfondire la questione e rimetterla alla competenza delle Sezioni Unite: 1. Perché l’istanza era stata sollevata dai medici specializzandi, iscrittisi tra il 1982 e il 1983; 2. Perché si concretizzava un contrasto tra la decisione di escludere dal risarcimento tutti gli specializzandi immatricolatisi prima del 1982 con il principio che afferma come la legge introdotta disciplini un rapporto giuridico in corso e, che seppur nato in un secondo momento, non ha esaurito il proprio effetto; 3. Perché c’è necessità di un’armonizzazione tra le diverse sentenze emesse, poiché la questione ha implicazioni sull’articolo 374 C.p.C; 4. Perché l’istanza è stata sollevata anche dal difensore dei medici specialisti, l’Avvocato Massimo Tortorella, consapevole che non c’è uniformità interpretativa, visti anche i due orientamenti che si sono generati. Le Sezioni Unite avranno il compito di stabilire l’arco temporale nel quale il risarcimento è stato riconosciuto ai medici specializzandi che si  sono immatricolati tra il 1982 e il 1983, valutando se il medesimo principio può essere riconosciuto anche agli iscritti prima del 1982. Massimo Tortorella, Presidente di Consulcesi, afferma che anche la Sezione Lavoro della Cassazione ha confermato l’interpretazione estesa, sostenuta dalla squadra di legali di Consulcesi, concludendo che “anche gli iscritti prima del 1982 hanno diritto al rimborso come da noi sempre sostenuto”. A questo punto, le Sezioni Unite dovranno stabilire l’arco temporale in cui far scattare il risarcimento obbligatorio nei confronti dei medici che hanno effettuato l’iscrizione fra il 1981 e 1982 e se applicare la norma anche ai medici immatricolatisi prima del 1982. Le azioni legali portate avanti dal pool legale Consulcesi hanno permesso il riconoscimento di oltre 500 milioni di euro a circa 110000 medici, che hanno acquisito la specializzazione tra il 1978 e il 2006. Si tratta di professionisti che non avevano ottenuto l’adeguato trattamenti economico, perché lo Stato italiano aveva applicato con molto ritardo le Direttive UE, che disciplinavano la materia. Massimo Tortorella, Presidente di Consulcesi, ha sostenuto che il Parlamento italiano deve svolgere la sua funzione in merito, trovando l’adeguata soluzione alla questione. Massimo Tortorella ha parlato di un dialogo continuo con le istituzioni dell’UE e dell’accordo condiviso nel chiudere la questione al più presto. Lo Stato e tutto il Sistema Salute otterrebbero vantaggi in termini di risparmio e queste risorse apporterebbero valore agli operatori sanitari e ai pazienti. Il Presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella, incoraggia i medici a non abbandonare la risoluzione della questione, sostenendo ogni iniziativa in tema. 

Crediti ECM: chi non è in regola rischia denunce, carriera e credibilità

Anelli: invito chi non fosse riuscito a completare il percorso formativo necessario, a prendere le necessarie misure, approfittando anche dei sistemi di Formazione a distanza, in modo da evitare le relative sanzioni previste dalla legge e preannunciate dalla stessa Federazione 

Manca un mese alla scadenza del triennio ECM e il tema dell’aggiornamento è di stretta attualità in queste ultime ore, alimentato non solo dalle dichiarazioni dei vertici della sanità italiana ma anche dal mondo dei cittadini e dei pazienti che chiedono riscontro della formazione dei professionisti a cui dovranno affidare la loro salute. In particolare, l’Adiconsum, rivolgendosi direttamente al ministro Speranza, ha parlato di «buona formazione» come antidoto all’escalation di contenziosi dei pazienti nei confronti dei medici, aggiungendo che «è statisticamente provato che un professionista aggiornato è soggetto a minori richieste di risarcimento». 

Arrivano intanto gli appelli da numerosi Presidenti di Ordini a regolare la propria posizione. Da ultimo, tra questi, il Presidente dell’OMCeO Palermo Toti Amato che, rivolgendosi ai colleghi, ha scritto: «alla luce delle sollecitazioni del presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, e delle ultime attenzioni sul tema diffuse attraverso la stampa dalle associazioni, in difesa dei pazienti, invito chi non fosse riuscito a completare il percorso formativo necessario, a prendere le necessarie misure, approfittando anche dei sistemi di Formazione a distanza, in modo da evitare le relative sanzioni previste dalla legge e preannunciate dalla stessa Federazione». Un richiamo che giunge dopo quello dei mesi scorsi del Presidente dell’OMCeO Roma, Antonio Magi e alle dichiarazioni registrate al “Forum Risk di Firenze” sia del ministro alla Salute Roberto Speranza («do un grande peso alla formazione continua in medicina e mi impegnerò da ministro a seguire un progetto di riforma di questo settore») sia dello stesso presidente FNOMCeo, Filippo Anelli. 

«Ad un mese dalla scadenza del triennio – commenta il Presidente di Consulcesi, Massimo Tortorella – è giustificata la forte attenzione su un tema che ha un grande valore etico, sociale ed anche economico come sa benissimo il ministro Speranza il cui ruolo è di garanzia e rappresentanza non solo degli operatori sanitari ma anche dei cittadini/pazienti e dei provider. Questi ultimi, insieme ai preziosi contenuti per tenere aggiornati i professionisti della sanità, producono anche un contributo al sistema formazione quantificato in almeno 16milioni di euro all’anno con un indotto di oltre 100mila lavoratori diretti e diverse migliaia indiretti». Tortorella evidenzia che la stragrande maggioranza dei medici rappresentati legalmente da Consulcesi, un terzo di quelli italiani, attribuisce un forte valore alla formazione continua ed è soprattutto nei loro confronti che il Sistema ECM deve dare prova di efficienza e virtuosità.

«Dopo la sospensione del medico di Aosta – prosegue Tortorella – l’aggiornamento professionale dei medici è diventato un tema centrale anche sui media. Come di recente affermato dal Presidente Cogeaps Sergio Bovenga sono già partite lettere di richiamo di strutture nei confronti di personale non in regola, istanze di accesso agli atti all’interno di contenziosi e penalizzazioni nei concorsi sempre legate al mancato aggiornamento professionale». 

Per questo Consulcesi lancia un appello agli operatori sanitari a mettersi in regola sfruttando, visti anche i tempi stretti, le potenzialità tecnologiche della Formazione a distanza per evitare di incorrere in provvedimenti che penalizzerebbero la carriera professionale e li screditerebbero nei confronti di pazienti sempre più attenti ed esigenti sul tema. 

Sanità, Consulcesi: “Copertura assicurativa a rischio per chi non è in regola con la formazione”

Possibile il diritto di rivalsa per alcune tipologie di polizze. Secondo gli ultimi dati un medico su due non si aggiorna 

Copertura assicurativa a rischio per il professionista nel caso in cui questi non abbia assolto i suoi obblighi di formazione. Il diritto di rivalsa, per alcune tipologie di polizza, può essere esercitato nei confronti dell’assicurato nel caso in cui l’esercente la professione sanitario non sia in regola con gli obblighi di formazione e aggiornamento. A spiegarlo è il presidente di Consulcesi Massimo Tortorella. 

La confederazione commenta così un servizio pubblicato da Panorama dal titolo “I medici ignoranti danneggiano anche te”, prendendo le distanze dai contenuti dell’articolo. “Va a soffiare su quel clima di odio che si respira tra le corsie degli Ospedali di tutta Italia (e non solo) – spiega Tortorella – come confermato dall’escalation di denunce e di aggressioni al centro anche degli ultimi casi di cronaca”. Tortorella spiega che da tempo è stata sollevata “la bomba dei crediti Ecm, l’avevamo anticipato in una lettera chiusa al ministro della Salute Roberto Speranza e agli ordini professionali. Ora, mi auguro che arrivi un chiaro messaggio di rispettare l’obbligo formativo di tutti i presidenti degli ordini in vista della scadenza del triennio il 31 dicembre 2019”. I dati riportati “confermano quanto già emerso negli ultimi mesi: quasi un medico su due non si aggiorna e la percentuale scende attorno al 30% quando si prendono in considerazione tutti gli operatori sanitari, ovvero 1 milione e 200mila professionisti. E il 60% di chi si forma è donna, mentre il 40% sono uomini”. Dall’articolo emergono altri due elementi: un conflitto di interesse dell’ordine professionale, ossia tra chi controlla e chi è controllato e inoltre un tentativo di sanatoria a favore dei medici che non rispettano l’obbligo. Nell’articolo viene prima messa in evidenza la stortura del sistema, raccontato così: “A decidere le sanzioni per i colleghi inadempienti sono paradossalmente gli stessi medici che dovrebbero essere sanzionati”.